La gestione del rischio chimico in sala operatoria è un tema concreto e
quotidiano. Quando si parla di gas anestetici, l’obiettivo non è creare
allarme, ma costruire una situazione stabile in cui l’esposizione degli
operatori sia sotto controllo e la struttura disponga di evidenze
tecniche chiare, utili anche in caso di audit o verifiche interne.
Il nostro servizio integra il monitoraggio dell’inquinamento da gas
anestetici con la ricerca mirata delle cause, incluse le perdite dai
gruppi anestesiologici e l’efficienza dei sistemi di evacuazione.
Dove nasce il rischio?
Gli anestetici per inalazione possono essere gassosi, come il
protossido di azoto, oppure volatili, come gli alogenati (ad esempio
sevoflurano e desflurano). Il rischio principale riguarda l’esposizione
professionale: non è il paziente a doversi preoccupare, ma chi lavora
vicino al campo operatorio per molte ore, con una ripetitività che nel
tempo può diventare significativa.
In igiene ambientale e del lavoro non esiste un solo parametro
indicativo. Contano la concentrazione presente in aria, la durata
dell’esposizione, le fasi operative in cui l’emissione aumenta, la
capacità dell’ambiente - intesa come ventilazione e ricambi di aria - e
del sistema di evacuazione gas anestetici di ridurre rapidamente ciò
che non deve restare in sala.
Il protossido di azoto è stato oggetto di numerosi studi anche per
possibili effetti correlati ai meccanismi della vitamina B12. Gli
anestetici alogenati, invece, hanno un comportamento che per alcuni
aspetti ricorda quello di solventi organici: tendono a diffondersi nei
tessuti, con metabolizzazione prevalentemente epatica ed eliminazione
soprattutto polmonare e urinaria. È proprio questa complessità che
rende importante “misurare”, invece di affidarsi a impressioni o a un
semplice “si sente”.
Cosa indicano norme e buone pratiche?
Il rischio chimico rientra nella gestione della salute e sicurezza sul
lavoro e, in ambito sanitario, viene spesso governato attraverso
procedure interne di controllo e qualità. Esistono riferimenti tecnici
che trattano il tema da anni, a partire dalla circolare n.5 del
Ministero della Salute del 14 marzo 1989, e dalle storiche Linee Guida
ISPESL sui reparti operatori, pubblicate in più revisioni.
Nella pratica operativa molte strutture adottano un controllo
programmato con periodicità definita, spesso semestrale (come
richiesto), per avere dati confrontabili nel tempo. Se i risultati
mostrano criticità, la periodicità si intensifica e l’approccio diventa
più mirato, con strumenti a lettura diretta e verifiche orientate a
individuare la causa e non solo a registrare il dato.
Come lavoriamo noi e cosa include il servizio
Il nostro obiettivo è trasformare un dubbio, o una segnalazione, in un
quadro tecnico chiaro: capire dove si genera l’inquinamento, in quali
condizioni aumenta e quali azioni sono realistiche e prioritarie per
ridurlo.
Operiamo come Organizzazione con strumentazione propria e svolgiamo
direttamente le attività in campo, senza affidarci a terzi. L’eccezione
riguarda le analisi di laboratorio certificate quando richieste
(protossido di azoto nelle urine), mentre per alcune determinazioni non
certificate disponiamo anche di capacità interne. Lavoriamo in modo
coordinato con le funzioni tecniche della struttura, includendo
attività formative rivolte ai soggetti interni.
Il perimetro include il monitoraggio ambientale in sala operatoria e
nelle aree correlate quando richiesto, la ricerca perdite con controllo
del gruppo anestesiologico (leak test), e la valutazione mirata del
sistema di evacuazione gas anestetici. Quando necessario, l’attività
può estendersi a verifiche tecniche dedicate, inclusi monitoraggi
speciali con gas traccianti, sempre con l’obiettivo di arrivare
rapidamente al punto: capire cosa succede e come correggerlo.
Cosa ci distingue
Un monitoraggio utile deve essere tecnicamente corretto, ma anche
“spendibile” nella vita reale della struttura. Significa scegliere
metodi adeguati, mantenere e verificare la strumentazione, e
soprattutto saper leggere i risultati in modo operativo: non solo
numeri, ma indicazioni chiare su cause probabili e azioni correttive.
Seguiamo l’attività con un approccio strutturato e tracciabile,
coerente con un sistema di Qualità: siamo certificati ISO 9001 nei
nostri ambiti (ingegneria clinica, indagini ambientali indoor e
laboratorio taratura strumenti). Questo si traduce in reportistica
ordinata, confrontabile nel tempo e utile alle funzioni coinvolte,
ovvero la Direzione Sanitaria, l’Ufficio SPP, l’Ufficio Tecnico e la
Qualità.
E c’è anche un aspetto strategico: la nostra esperienza ci dice che i
controlli saltuari e occasionali non portano il reale miglioramento. Un
percorso progettato bene consente invece di individuare le cause,
intervenire e poi mantenere il controllo con verifiche razionalizzate,
evitando di rincorrere il problema.
Se vuoi, puoi contattarci anche solo per un inquadramento iniziale.
Poche informazioni su sale, attività e criticità percepita bastano per
proporre un percorso di verifica coerente, senza complicare
l’operatività del blocco operatorio.
Lo sapevi che… L’odore non è un indicatore affidabile
dell’esposizione.
Basti pensare che in sala operatoria la sovrapposizione di diversi
agenti chimici può rendere difficile l’identificazione
olfattiva immediata dei gas anestetici, il cosiddetto
“rumore di fondo olfattivo”. Colle ortopediche, disinfettanti a base
alcolica o aldeidica e fumi elettrochirurgici possono rendere quasi
impossibile distinguere altri odori chimici meno intensi. Il personale
di sala operatoria può inoltre sviluppare una “tolleranza olfattiva”
nel tempo, non accorgendosi più delle variazioni di concentrazione di
gas anestetici nell’aria. In alcune condizioni si possono peraltro
avere livelli misurabili senza un odore evidente, mentre in altri casi
l’odore può essere percepito anche con concentrazioni basse. Per questo
la misura strumentale e la ricerca mirata delle cause (perdite,
evacuazione gas anestetici, connessioni) restano la strada più solida
per decidere cosa fare. |
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